Assertività: i miti assertivi (o meglio anassertivi)

Di Dott. Francesco Sanavio | Psicologia: per saperne di più

Feb 07
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Nell’assertività si fa riferimento a 4 miti non assertivi. Con miti si intendono delle convizioni che sono ben radicate nella nostri usi e costumi. Probabilmente in maniera più o meno inconsapevole puoi riconoscerti in alcuni di questi miti.

1) Mito della modestia

Una persona che condivide questo mito ritiene di non dover mai elogiare se stessa e il suo operato e di non poter accettare complimenti da nessuno, anche a costo di negare quelli veri o di ridimensionarli.
Quando tale credenza è portata alle estreme conseguenze, la persona è incapace di rispondere verbalmente ai complimenti o di parlare positivamente di sé, inoltre comincia a rifiutare la possibilità di avere delle qualità.
Così arriva quasi sempre ad essere molto critica verso se stessa, ad avere un’immagine di sé negativa e a entrare in depressione.
Un risultato inevitabile di questo stile di comportamento è che la persona scarta o minimizza i propri aspetti positivi e la realizzazione delle cose che fa, per prestare sempre maggiore attenzione ai propri difetti e ai fallimenti, diminuendo così ulteriormente l’immagine di sé e il benessere personale.
Nella stessa misura in cui si sente a disagio quando viene elogiata, la persona ritiene che invece ogni critica e appunto nei suoi confronti sia giustificato e meritato.

L’adesione a questo mito è non solo improduttiva ma anche ingiustificata, infatti:
• Ogni persona ha delle qualità e degli aspetti positivi che deve riconoscere e valorizzare;
• Parlare con gli altri, al momento giusto e nella misura giusta, dei propri aspetti positivi, dei propri interessi, ecc., è un modo importante per iniziare una conoscenza;
• Accettare i complimenti degli altri, senza negarli o minimizzarli, costituisce un aspetto importante di ogni rapporto di amicizia; come pure il riuscire a fare dei complimenti. L’amicizia valorizza i pregi e gli aspetti positivi di ognuno.

Viceversa:
• Il parlare dei propri difetti e delle proprie disgrazie rende precaria una conoscenza appena avviata;
• Non mostrare reciproco apprezzamento, anche verbalmente, rende meno soddisfacente e significativo un rapporto d’amicizia.

2) Mito del vero amico

Questo mito porta a pensare che chiunque sia un ‘vero amico’ (parenti, coniugi, amici, colleghi) dovrebbe anticipare e capire i nostri bisogni, i nostri sentimenti e i nostri pensieri e venir incontro alle nostre esigenze, senza che noi dobbiamo spiegarci chiaramente a riguardo.
Quante volte ci siamo detti o abbiamo affermato: “Se egli fosse veramente un amico, avrebbe capito che non mi piace” oppure “Se davvero mi volesse bene, dovrebbe…”

Noi spesso ci aspettiamo che gli altri sappiano leggere accuratamente i nostri pensieri e sentimenti e si comportino di conseguenza. Sfortunatamente la grande maggioranza della gente non è in grado di fare questo, inclusi molti psicologi.

Dal momento che tu sei l’unico a sapere realmente cosa ti passa per la testa in un determinato momento, la responsabilità di far arrivare agli altri i suoi sentimenti e pensieri è prima di tutto tua. Per questo se tu non comunichi con le parole e in modo chiaro agli altri che cosa vuoi, ti aspetti, desideri, apprezzi, temi, ecc. quasi sicuramente le altre persone non saranno in grado di risponderti in modo soddisfacente. Di conseguenza aumenterà il tuo risentimento verso di loro finché ti scontrerai con essi o cercherai di evitarli.

Un modo frequente di interpretare questa discordanza tra quello che si desidera dagli altri, ma non si esprime, e quello che fanno gli altri, è di pensare che la gente si approfitti di noi o non ci tenga nella dovuta considerazione. Invece nella maggioranza dei casi è invece nostro dovere di informare in modo chiaro l’altra persona proprio di quello che stiamo provando e pensando e di cosa desidereremmo che facesse la persona in quella situazione.

Un aspetto importante di questo mito è la credenza comune, ma molto erronea, che le cose che sono importanti per ognuno, a cui ognuno di noi ‘tiene’ siano importanti nella stessa misura anche per tutti gli altri (per es., essere perfettamente puntuali). Se non ci si parla in modo chiaro a riguardo, si arriva a pensare che gli altri non tengano conto delle nostre esigenze o addirittura, vogliano mortificarci.

Come risultato delle frustrazioni derivanti dall’adesione a questo mito, la persona spesso inizia a razionalizzare e a proiettare la responsabilità della comunicazione verso le persone che gli sono vicine. Quasi sempre arriva a pensare che queste persone non sono in grado o non vogliono capirla.
Essa passa una parte del proprio tempo a desiderare, a cercare di trovare la persona giusta, la persona che ‘sappia capirla’.
Questa persona giusta dovrebbe essere così abile da saper anticipare e rispondere a ogni desiderio, senza che siano necessarie parole.
In realtà non si tratta di trovare la persona giusta, ma di mettere in atto modi chiari e franchi di comunicare agli altri i propri pensieri e le proprie emozioni.
È vero che con l’approfondirsi di un’amicizia le altre persone imparano pian piano ad anticipare e a predire i nostri desideri e i nostri sentimenti, ma questo accade solo dopo molte che noi li abbiamo espressi con chiarezza e spiegati.

Di fronte alla necessità di modificare il comportamento degli altri nei nostri riguardi, molti non si esprimono nemmeno ritenendo che “tanto… è impossibile”.
Uno dei modi perché il comportamento degli altri cambi è invece proprio quello di comunicare agli altri il nostro punto di vista, le nostre attese, i nostri bisogni, le nostre richieste…

Questo in effetti può non essere sufficiente a cambiare il modo di fare degli altri, ma è comunque una premessa necessaria.
Quando si rendono conto del fatto che un’informazione chiara e franca, un comportamento affermativo, cambia il rapporto con gli altri, molti dei credenti nel mito del vero amico si mostrano insoddisfatti perché “la persona non si è comportata così spontaneamente, ma ho dovuto spiegarglielo”.
Sembrerebbe che queste persone non potessero mai dichiararsi soddisfatte e volessero così continuare a imporre agli altri il compito impossibile, o comunque molto arduo, di penetrare nella loro testa e capire, senza che siano necessarie le parole o altri mezzi di comunicazione, i loro sentimenti, i loro pensieri…

3) Mito dell’ansia

Le persone che condividono questo mito sono terrorizzate all’idea di poter rivelare agli altri la propria ansia, perché così facendo pensano di essere giudicati dalle persone “deboli”, che si sentono in colpa o altro.
Essi risentono dello stereotipo della persona fredda, che sa controllarsi ed è padrona della situazione.
A causa di questo tali persone diventano incapaci di esprimere le loro emozioni e i loro sentimenti quando sono ansiose.
La maggior parte delle loro energie viene spesa per nascondere agli altri l’ansia e cercare di presentarsi ‘bene’.
Purtroppo molto spesso gli sforzi contro l’ansia rendono la persona più sensibile a ogni aumento, anche lieve, dell’ansia che quindi si alza ulteriormente creando un circolo vizioso.
Ognuno di noi esperimenta ansia in determinate situazioni e nella maggior parte di esse l’ansia è una risposta normale ed adattiva.
In altre situazioni l’ansia è inadeguata oppure eccessiva, tuttavia questa non è una ragione sufficiente per cercare in ogni modo di mascherarla e per vergognarsi di una sua eventuale espressione.
Esprimendo agli altri, senza paura, la propria tensione nei momenti in cui si manifesta, essa generalmente si attenua, permettendo così di sbloccare l’espressione anche delle altre emozioni e dei sentimenti.

4) Mito dell’obbligo

Questo mito può essere diviso in due parti. La prima afferma che se una persona chiede un favore da amico, affinché l’amicizia continui, quest’ultimo è obbligato a farlo.
Di conseguenza non vi è alcuna possibilità di rifiutare un favore a un amico: la persona che non sa dire di no rende tutti felici e grati. Dopo un po’ si rende contro che talvolta gli altri la sfruttano e che molti la possono cercare soltanto per avere favori, ma non riesce a dire di no per paura di deludere gli altri o di urtarli.
La seconda parte del mito considera ogni richiesta fatta agli altri come un’imposizione: la persona pensa che gli altri non sappiano rifiutare le richieste e quindi per evitare il rischio di angustiare o seccare gli altri, non avanza alcuna richiesta agli amici, neanche in caso di bisogno. In tal modo non può utilizzare l’aiuto degli amici neanche quando sarebbe indispensabile. Un rapporto interpersonale soddisfacente e stabile richiede la capacità di rifiutare le richieste altrui quando non le riteniamo giuste o possibili e di avanzare richieste agli amici quando sono ragionevoli.

About the Author

Psicologo laureato all’Università San Raffaele di Milano, ha trascorso un anno all’estero con una borsa di studio presso l’Università Autonoma di Barcellona. Dopo la laurea, è stato all’Istituto Beck di Roma dove si è occupato di Mindfulness e in seguito, presso il Bio Behavioral Institute di New York. Attualmente lavora presso ITC e il SAP della Facoltà di Psicologia, è consulente per la ULSS 6 e collabora in progetti di ricerca con la Sigmund Freud University di Milano.